“Le aziende come bancomat”. L’Antimafia interroga e si interroga sul diritto di prevenzione

di Mariangela Cirrincione per L’Opinione della Sicilia (estratto da due articoli del 13 e 15 settembre 2019)

Dichiarazioni dure, quelle rese alla Commissione Parlamentare Antimafia dell’Ars dagli imprenditori siciliani Massimo Niceta, Francesco Lena e Pietro Cavallotti, diventati il simbolo della lotta per la riforma del sistema delle misure di prevenzione, oggi messo in discussione a più livelli. I tre hanno parlato delle loro vicende giudiziarie, delle storture del diritto e degli effetti della gestione giudiziaria sulle loro imprese sottoposte a sequestro e oggi quasi tutte fallite.

L’audizione, “chiesta” dall’imprenditore Cavallotti dalle pagine dell’Opinione della Sicilia, è stata decisa per “raccogliere alcune esperienze particolarmente significative” e “comprendere come nel processo di sequestro e/o confisca spesso ci si è poi trovati di fronte ad atti che hanno pesato sugli assetti imprenditoriali e industriali, ma non accompagnati da decisioni giudiziarie che li confermassero o li rendessero compatibili con i danni subiti”, come ha premesso il presidente Claudio Fava.

Massimo Niceta, imprenditore nel settore dell’abbigliamento titolare di più punti vendita, è stato sottoposto insieme ai fratelli a due procedimenti di prevenzione, mai subendo un procedimento penale. “Nel 2009 avevamo avuto un avviso di garanzia per intestazione fittizia di beni, poi archiviato nel 2010 perché i magistrati hanno verificato che i contatti con Francesco Guttadauro, oggi in carcere, relativi all’apertura di un negozio c’erano effettivamente stati ma semplicemente legati all’apertura e alla sua successiva occupazione con contratto debitamente registrato…”.

Diversi gli aspetti della gestione giudiziaria del patrimonio sottolineati da Niceta. “I due tribunali avevano scelto lo stesso amministratore giudiziario, Aulo Gigante, oggi rinviato a giudizio (e sostituito con altro amministratore, ndr), per fatti relativi alla nostra misura di prevenzione e noi siamo costituiti parte civile contro la dottoressa Saguto e l’avvocato Gigante, perché ci sono delle intercettazioni che parlano della gestione della nostra azienda”. “Siamo rimasti in azienda per dieci mesi senza nessun tipo di contratto – aggiunge Niceta – senza nessun tipo di ristoro economico, pensando che la misura sarebbe durata qualche mese. Poi siamo stati allontanati con provvedimento e da quel momento in poi, ogni mese, veniva chiuso un punto vendita con il licenziamento dei dipendenti: nel giro di un anno, dal 2014, tutti i punti vendita chiusi e quasi tutte le società fallite”.

Intanto nelle società in amministrazione giudiziaria e divenute in perdita ci sono state nuove assunzioni di dipendenti: “Dieci dipendenti, messi dentro i negozi senza alcuna esperienza lavorativa, mentre i negozi avevano già personale sufficiente”. Alla domanda del perché fosse stata fatta questa scelta, Niceta risponde: “Le nostre aziende sono state dei bancomat”.

Il decreto di restituzione arriva l’anno scorso: “I beni personali sono stati consegnati nel 2018, quelli societari non abbiamo potuto riprenderli in mano perché le società fallite verranno riconsegnate ai curatori e delle due che ancora non erano fallite abbiamo chiesto all’amministratore giudiziario di portare i libri in Tribunale perché noi non possiamo accollarci i debiti fatti da altri”. Si parla di una cifra stimata tra i 5 e i 6 milioni di euro, che non rappresentano il solo danno subito.“Come imprenditore – conclude infatti Niceta – non posso tornare a intraprendere perché non posso aprire un conto corrente. Il vero disastro di tutta questa vicenda è non poter ricominciare. Chiedo allo Stato e a tutti voi: rimetteteci nelle condizioni di imprendere perché solo questo noi possiamo fare”.

Fava ha anche chiesto se parallelamente ci fosse stata una vicenda giudiziaria penale. “Non c’è stata né nei miei confronti – precisa l’imprenditore – né nei confronti di mio fratello, mia sorella e anche nei confronti di mio padre”.

Francesco Lena è un imprenditore edile, fondatore della Società Lena Costruzioni spa. specializzata in costruzione e restauro di ville. É proprietario dell’Abbazia Sant’Anastasia di Castelbuono, una tenuta agricola con albergo e cantina, sottoposta a sequestro. “Nel giugno del 2010 – racconta – sono stato arrestato per una delle accuse più infamanti”, quella di avere venduto immobili a prestanome. Nel 2011 ha ottenuto l’assoluzione oltre alla restituzione dei beni, ma “siccome nel frattempo si era inserita la misura di prevenzione, al posto di ridarmi l’Abbazia, l’hanno consegnata alle misure di prevenzione. In questi anni è stata gestita dall’amministrazione delle misure di prevenzione come un bene da tenere in considerazione che, addirittura, è stato definito ‘la Ferrari delle misure di prevenzione’”.

“In questi anni l’albergo ha continuato a lavorare, la cantina meno, mentre i vigneti li hanno completamente distrutti perché non era il loro mestiere. […] tutto il personale che c’era è stato riconfermato e sono stati assunti altri dipendenti. Fatturavano di più, ma spendevano il doppio, ho trovato Inps non pagata, Iva non pagata. Tutto quello che incassavano, serviva solo per pagare gli operai e dare un premio di produzione sul fatturato. Come si fa a dare un premio di produzione sul fatturato, se il bilancio è in passivo?”. Nel 2018 l’Abbazia è stata restituita. Ma c’è poco da sorridere. “Con i mutui fondiari che ancora ci sono – conclude Lena – e che bisogna pagare e con l’aggravio oggi di tutti i debiti con l’Erario, come posso continuare ad andare avanti e tenere 60 persone?”.

Anche Pietro Cavallotti, imprenditore nel settore delle infrastrutture, ha raccontato le vicissitudini in cui si è trovato coinvolto, lui e le aziende della sua famiglia, specializzate nella costruzione di metanodotti, elettrodotti, acquedotti e strade con il sistema della finanza di progetto. “Sul finire degli anni Novanta, attraverso questo sistema, avevamo già stipulato o eravamo in procinto di farlo, convenzioni con decine di comuni siciliani ma, proprio in quegli anni, l’allora Comunità Europea stanziò dei fondi per la metanizzazione dei comuni del Sud Italia”.

Cosa accadde? “Con una circolare dell’allora assessore all’Industria, Giuseppe Castiglione, vennero esclusi dai finanziamenti pubblici quei Comuni siciliani che avevano stipulato convenzioni con il sistema della finanza di progetto e, in Sicilia, l’unica azienda che operava con il sistema della finanza di progetto era la Comest, la nostra azienda, la leader del nostro gruppo. Non ci fu neppure il tempo di impugnare quella circolare che mio padre e i miei zii furono arrestati con l’accusa di associazione mafiosa, le convenzioni vennero bloccate, le banche chiusero i finanziamenti”.

Il seguito del racconto è inquietante: “Quei Comuni che erano in procinto di stipulare convenzioni con noi, affidarono i lavori, senza alcuna gara d’appalto, senza alcuna procedura ad evidenza pubblica, alla Gas spa di cui erano soci occulti, secondo sentenza passata in giudicato, Vito Ciancimino e altri soggetti appartenenti al crimine organizzato. La Gas spa realizzò quei lavori aggiudicandosi circa la metà dei finanziamenti pubblici, 200 miliardi di lire”.

Nel ‘98 i fratelli Cavallotti vennero arrestati con l’accusa di associazione mafiosa ed assolti dopo due anni e mezzo di carcerazione preventiva, poi di nuovo condannati e nel 2010 assolti con formula piena e sentenza divenuta definitiva. “Accanto alla vicenda penale – spiega Cavallotti –, c’è la vicenda che riguarda l’applicazione delle misure di prevenzione che si basa sugli stessi identici elementi del processo penale e comincia con il sequestro di prevenzione di tutto il patrimonio nel 1999 che viene affidato ad un amministratore giudiziario, Andrea Modica de Mohac che, nel giro di pochi anni, comincia la cessione dei rami d’azienda”. Alcuni di questi vengono ceduti alla Italgas: Noi ci siamo opposti con segnalazioni scritte al Tribunale di Palermo, Sezione Misure di prevenzione, che però autorizzò la cessione. Eravamo preoccupatissimi per il nostro patrimonio, avevamo circa 300 collaboratori e oggi solo cinque e non si sa bene quale sia la situazione economica dell’azienda perché i bilanci di esercizio non vengono depositati”.

Nel 2011 le misure di prevenzione vengono estese anche alla seconda generazione e solo di recente si è approdati al dissequestro. “Vantavamo crediti per un milione e mezzo di euro e debiti per un milione, quei soldi servivano per ripianare la situazione debitoria e per portare avanti l’azienda. L’amministratore giudiziario ha incassato i crediti, ma non ha pagato i debiti, ha eroso il capitale sociale che era di 1.750.000 euro e ha prodotto debiti per altri 6 milioni di euro”.

Delle aziende oggi è rimasto ben poco: “Tutte le qualifiche che noi avevamo e che avevamo maturato nel corso degli anni, la SOA (sono tutti dei requisiti tecnici) per partecipare alle gare d’appalto, sono andati perduti, il parco mezzi non si sa che fine abbia fatto ma sicuramente non è stata fatta la manutenzione, i nostri collaboratori hanno perso il posto di lavoro, tutti i fornitori hanno intentato cause civili nei confronti dell’Amministrazione giudiziaria e adesso noi dovremmo farci carico non soltanto dei debiti fatti da altri, di tutti gli interessi che sono maturati, ma anche di tutte le cause civili che sono state nel frattempo perse. Io mi chiedo: tutto questo a vantaggio di chi?”.

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